Ritrovarsi
MaxWeb 20:11 venerdì, 16 maggio 2008


1987 - Le tre serate di Odeoncabaretcinemà from MaxWeb on Vimeo.
 
Ritrovarsi è camminare con la memoria attraverso le stagioni della vita, a scoprire gli eventi e le emozioni che hanno formato il panorama dell’esistenza, le esperienze che nel bene e nel male finiscono per modellare il carattere.
Un tragitto a volte tortuoso e doloroso lungo sentieri accidentati, paesaggi che credevi di aver dimenticato ma che si presentano di fresca rugiada, che tutto copre, che tutto bagna.
Vecchi percorsi di sinapsi di nuovo si accendono e intersecano il presente in una complicata mappa a dimostrare che niente è perduto, che la distanza non esiste, che tutto è ancora vivo e fresco e pronto a donare nuova gioia o dolore, che ogni cosa rinasce quando vi posi sopra lo sguardo.
Ritrovarmi è tornare a calpestare il palcoscenico sul quale ho giocato le vecchie pantomime, e questo è un momento gioioso, perché tutto quello che è stato mi porta a capire chi sono oggi.
I vecchi dolori pungono poco, in fondo, se nei nuovi giorni sarò capace di non ripeterli. Le musiche sono dolci, i movimenti commoventi, le risa ancora risuonano nell’aria.
Ritrovo le albe struggenti di quando pensavo che tutto fosse possibile, le sere estenuate trascorse a calare il senso e l’amore in una singola parola, un gesto, una espressione.
Nell’immenso circo della mia vita mi aggiro a contare i cocci di quel che si è rotto e poi ad ammirare quanto invece di intero si è conservato, sotto la luce delle stelle, che io sempre mi trovo a ritrovarmi quando cala la notte. Sotto un tendone strappato, a tirare le somme.
Scorrono veloci i fotogrammi e sono allegri e pieni di vita, questa vita che sembra muoversi verso una sola direzione con un singolo e ormai quasi banale movimento e che invece è composta di mille e mille torrenti impetuosi, tortuosi, destinati a confluire nel singolo grande fiume.
Pensi di perdere qualcosa ad ogni giorno che muore, ma sono talmente pieni i tuoi giorni, di colori e suoni e sensazioni e pensieri, che tutto si raccoglie a formare il momento presente.
E il peso del passato può persino risultare lieve, quando ti accorgi che ogni momento, anche il più doloroso, ha avuto un suo senso.
Ritrovarmi è camminare sereno lungo i tramonti caduti per strada, bagnato dalle onde del mare in tempesta, quelle stesse che ho tentato di conservare in un vaso di cristallo, poi diventate immobili, poi rinate quando di nuovo al mare le ho consegnate. In un attimo si sono mescolate, vecchia acqua con acqua nuova, e sono tornate a vivere.
E come quelle onde hanno ripreso a cavalcare sotto la spinta del vento, così la vita ritrovata del mio passato mi guida verso un presente nel quale il vecchio si fonde col nuovo in uno splendido affresco ancora da dipingere.

Categorie: pensieri, memorie, possibilitĂ , cammino, dedicata, graffianti
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Senza
MaxWeb 01:57 martedì, 06 maggio 2008
Che si può dire dei giorni che scivolano senza rumore come trasportati sulla superficie dell’anima da una leggera corrente?
Quando l’intera configurazione del mondo esterno ti ruota intorno a velocità impazzita e tu rimani perfettamente al centro, come nell’occhio di un ciclone, immerso nella nebbia del grande silenzio che ha invaso lo spazio, meravigliato nell’osservare quanti detriti il vento feroce riesce a portare con sé, chissà dove. E tu sei calmo.
Non è un approdo definitivo, questa quiete: a pochi passi di distanza il tempo si incarica di frantumare a mazzate il momento presente per sbriciolarlo nel passato e reimpastarlo nel futuro. Le stesse macerie di ieri comporranno il mosaico di domani. E’ curioso osservare quanto sono incatenato a questo preciso segmento di tempo, che nel suo ostinarsi a permanere immutato uccide se stesso per rinascere uguale. Ogni istante muore e risorge in un ciclo senza fine, per continuare ad esistere, mentre al suo interno, tutto cambia. Forse posso farlo anche io.
Non è un approdo definitivo, ma è un momento di quiete, un lampo di distanza dai desideri, dalle ambizioni frustrate o meno, dalla rabbia e dalle aspettative, da questa fuga in avanti e indietro nel tentativo di toccare ogni sensazione, assaggiare ogni colore prima che scompaia e vivere questo tempo come se davvero fosse una successione di avvenimenti inevitabili, l’uno la conseguenza dell’altro, come se davvero il sentiero che percorro ogni giorno portasse nello stesso luogo. Oggi il sentiero potrebbe portarmi in posti diversi.
Assaporo questa notte come un breve istante da guardare con occhi del tutto particolari, uno spazio nel quale ogni evento è possibile in virtù del fatto che non desidero qualcosa a scapito di qualcosa di altro. Non una fetta di torta, non quella fetta di quella torta in particolare. Ma soltanto la notte, questa notte, nella quale tutto mi sembra possibile e altrettanto inutile. E proprio nel momento in cui abbandono ogni aspettativa l’universo si incarica di suggerirmi che qualsiasi aspettativa è realtà, basta solo crederci e volerlo. Come un pazzo. Una fede cieca non l’ho mai avuta, anche se sento la verità, nella voce che da fuori o da dentro, forse da entrambi i luoghi, mi dice che ogni desiderio è realizzabile, che qualsiasi realtà io possa immaginare è pronta a collassare nel mio spazio, previo un lieve dispendio di energia. La scintilla della decisione.
E’ davvero un peccato che adesso io sia così sprovvisto di desideri, non fosse così tardi ti chiamerei per farmene suggerire qualcuno. Prenderei in prestito i tuoi. Magari in parte li riconoscerei come miei, quasi miei, anche miei.
Ma non c’è niente là fuori, stanotte. Anche la musica che ascolto la produco io stesso, al mio interno. Sono vibrazioni che manipolo con abilità. Una dote innata, un piccolo miracolo che dovrebbe meravigliarmi, se non vi fossi abituato: la capacità di trasformare una vibrazione in un sentimento e di sentirla come se provenisse da fuori, come se in sé avesse una motivazione, e non fossi invece io a dargliela, interpretandola e ricostruendola come realtà.
Questa musica non puoi sentirla, l’ho creata nel mio piccolo spazio privato, tra poco avrà termine e io non la rimpiangerò.
I tuoi desideri, io non li conosco, ma in questo approdo provvisorio sperduto nel grande oceano della notte non conosco neanche i miei.
Non è un momento di tristezza, non c’è  rammarico nel gettare le aspettative fuori dall’occhio del ciclone, ma solo la curiosità di vedere dove il vento le porterà.
 
 

Categorie: senza
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Frizz
MaxWeb 16:09 domenica, 27 aprile 2008
Passa così velocemente, il tempo. Ti guardi indietro e il giorno appena trascorso è una pietra sepolta nel letto di un torrente impetuoso. Per prenderla in mano e guardarla devi bagnarti, e anche parecchio. Che poi bagnarsi a volte non è niente male.
Scorrono i fotogrammi come impazziti: è la tua vita, nel retrogusto. Si accavallano, si affastellano i suoni e gli odori e i sapori. I momenti.
E solo quando la guardi a ritroso, questa vita, facendola scorrere come dentro un programma di video editing, riesci a inserire i marcatori. I punti importanti, mica li avevi visti. Adesso puoi fermare un fotogramma e misurare l’espressione e il tono che hai usato, rivedere e correggere idealmente le parole che hai detto. Tutto questo non serve, è chiaro, ma è così tristemente piacevole.
Magari puoi accorgerti che il sole c’era, dopotutto. Il vento era dolce, non quella bufera che ricordavi. Sarebbe stato semplice, in definitiva, ammorbidire qualche angolo. Sempre meglio che sbatterci la testa a posteriori, e ritrovarsi in lacrime.
E guardi con rimpianto quegli occhi che hai negato, vedi il momento nel quale hai represso il sorriso che affiorava alle labbra, l’istante in cui hai congelato la mano che saliva alla guancia.
Il sole scorre veloce avanti e indietro, disegna un arco nel cielo, ancora non sei sazio di rivedere e catalogare tutti quei momenti sprecati. Ma è una sceneggiata, è tutto passato in un lampo. Ormai è un ricordo.
Non le hai dette, quelle parole. Non hai carezzato quel volto. Non sei entrato in auto. Non sei salito sul treno. Sei rimasto fermo. E il mondo intorno a te ha continuato a muoversi, sembrava che niente di conclusivo stesse accadendo.
La vita scorre.
Se davvero vuoi tornare a visitare il magazzino dei ricordi, puoi scegliere dei momenti migliori. Ci sono stati anche i sorrisi, guarda. Sono nascosti dietro il muro del pianto che hai creato a tua immagine e somiglianza, ma ci sono, basta voltare l’angolo. Ci sono gli abbracci e le carezze e i baci. I giorni di sole e di vento fresco, i passi di minuetto sul sentiero, le mani allacciate nelle corse sulla spiaggia, la risacca a segnare il ritmo. Le notti di quando il firmamento ruotava al respiro, al tuo respiro, al suo respiro.
Dovresti guardare a queste cose. Sono quelle che ti permetteranno di andare avanti, nella speranza, invece di cristallizzare l’esistenza nel gelo del rimpianto. Non ci sei stato, non c’eri. Ma stavi in altri luoghi e in altri tempi, in uno spettacolo comico e divertente che scorreva senza sforzo, e pure adesso, nel ricordo. La luce ti baciava in fronte, la platea che avevi davanti pendeva dalle tue labbra, nascosta nel buio, faccia su faccia, tu non vedevi ma sentivi. Il ritmo della pantomima era allegro e giocoso, le battute giungevano alle labbra senza forzature, così evidenti e vere nella propria semplicità. Nell’allegria.
E il senso e il ritmo non avevano alternative. Così era, così doveva essere.
Hai saltato e ballato sul palco della tua messinscena, hai giocato e riso, ti sei voltato di scatto quando dovevi e così hai sorpreso al volo la vita che di soppiatto cercava di sorprenderti. Alle spalle. Non qui, non nel tuo spettacolo privato. Se la guardi in faccia, la vita non riuscirà a coglierti alla sprovvista: le girerai intorno guardingo, lesto a tirar fuori il tuo coniglio dal cilindro prima che lo faccia lei, vince chi arriva primo. Vince chi per primo riesce a strappare un sorriso da gettare sulla strada, chi lo piglia, lo piglia.

Categorie: senza
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A chi parte
MaxWeb 20:25 sabato, 26 aprile 2008

 
Con un vuoto di fame in me io cammino,
cibo non potrà riempirlo;
Con un vuoto di spazio in me io cammino,
nulla potrà riempirlo.
Con uno spazio di tristezza in me io cammino,
nessuno lo colmerà.
 
Per sempre solo, per sempre triste io cammino,
per sempre vuoto, per sempre affamato io cammino,
con dolore di grande bellezza io cammino,
con vuoto di grande bellezza io cammino.
 
Ora con un Dio io cammino,
ora i passi muovo tra le vette,
ora con un Dio io cammino,
a passi di gigante, oltre le colline.
 
Io sono una preghiera in cammino.
Mai solo, mai piangente, mai vuoto,
sul cammino delle età antiche, sul sentiero della bellezza,
io cammino.
 
Canto degli indiani Navajos

Categorie: dedicata
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Preghiera
MaxWeb 00:15 giovedì, 24 aprile 2008
Dimmi dove vuoi che vada. Se queste stelle le hai messe per indicarmi un cammino o soltanto a confondere le idee. Se sono efelidi o lacrime di Angeli o musica cristallizzata. Se l’universo è un pentagramma, quale musica hai riservato per me? Quella di oggi non mi piace. Devo ascoltarla? Vuoi che mi liberi da queste catene e mi alzi a scardinare l’intero cosmo dal suo asse?
Se davvero io sono l’immagine e la somiglianza non capisco da dove vengano questi dubbi e le incertezze e la noia tra un baluginare di istinto creativo e l’istante di delirio di onnipotenza.
Forse ho seguito l’inganno lungo la rotta della via lattea, e ho coltivato l’ingenua illusione masticando e sputando il sutra del loto, ho piegato il mio corpo nelle forme delle asana soltanto per sentire stirare i miei nervi, ho ascoltato e letto parole prive di senso composte per vendere libri e succo di fiori.
Ho amato inutilmente.
Perché in questa fredda notte sono anche disposto ad accettare di stare al mondo soltanto per mangiare e cagare e lasciarmi colonizzare da un esercito di batteri.
Dove sono le luci che credevo di vedere quando mi affacciavo alle finestre dei rifugi e mi sentivo un pellegrino sulla via della salvezza; dove sono le lacrime lasciate cadere lungo il sentiero; dove sono i tramonti disposti in cerchio le mani tra le mani e un nugolo di uccelli a roteare sulle teste; dove sono gli abbracci di chi andava e di chi incontravo di nuovo dopo giorni di cammino; le albe fredde e digiune disposte lungo sentieri colmi di brina; le salite dolorose e le discese gioiose; le lacrime nuove al termine del viaggio, quando sentivo, volevo, credevo.
Dov’è la voce che mi cullava nella notte, durante quello che pensavo fosse il termine e l’inizio di un nuovo viaggio.
E perché poi quando stringo tra le mani la cosa più bella che ho mai desiderato, questa si trasforma e si trasfigura e mi morde.
Per ogni passo che cerco a fatica di porre sul sentiero sento una forza che mi costringe a compierne due indietro.
Sono io, che sbaglio?
Sono così ingenuo che penso basti guardarmi per capire chi sono, e non so mai quando è ora di andare, così perso tra sogni e speranze e fantastiche illusioni. E non so mai quando è ora di tornare, così perso tra dubbi e incertezze e spaventose delusioni.
Ma andare e tornare sono stanotte parole prive di senso, non c’è un luogo magico dove coltivare il mio giardino, non c’è una musica che cola da una finestra, non un ponte da attraversare per tenere i piedi asciutti o un fiume da guadare accettando di bagnarsi.
Non un’acqua che sia sempre la stessa e mi bagni due volte.
Dimmi dove devo andare.
Mi metto qui, va bene?

Categorie: notturno, cammino, incognito
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Come eravamo
MaxWeb 04:03 martedì, 22 aprile 2008


1987 Odeoncabaretcinemà from MaxWeb on Vimeo.
 
Sono moltissime le arti che confluiscono in uno spettacolo teatrale, ma la soddisfazione più grande, l’emozione più intensa, a mio gusto, la provi quando vieni chiamato a gestire il parco luci di una messa in scena.
Una scenografia di plastica e legno, tela e vetroresina, diviene un castello misterioso e incantato quando le getti addosso la luce giusta. Un volto balza agli occhi nella sua espressione più vera, intensa e affascinante se la luce lo illumina con l’inclinazione adatta. Soprattutto quando si tratta di un volto cattivo, dall’espressione spietata, perché la luce non ha eguali nell’evidenziare e sottolineare il male.
La luce crea. La luce è energia, senza la luce non esisterebbe nulla. La luce è l’attività dell’universo, e pure noi siamo fatti di luce.
La luce rivela l’oggetto misterioso che nell’angolo del palco non avevi individuato, o la persona nascosta nell’ombra, e tutto diviene chiaro. La tensione che ti attanagliava si risolve un fascio di luce che illumina qualcosa. La verità si rivela; la verità è fare luce.
L’arte è anche una questione di tecnica, e quindi l’ambiente che puoi creare dipende dai punti luce di cui disponi, ma quando hai mezzi sufficienti puoi forgiare mille mondi e mille situazioni sopra un singolo palcoscenico.
Un bosco magico nelle prime luci dell’alba, ma anche freddo e minaccioso e quasi ostile nella diafana luce azzurrata che sembra provenire da una fonte misteriosa. Ti aspetti ne esca un cavaliere umido di brina, con la spada in mano, in attesa della luce che in seguito definendolo ne chiarisca il ruolo e l’inclinazione. E i gesti.
Non si può compiere un gesto al buio.
Ho fatto tramontare il sole, poi ho creato una falce di luna e ne ho proiettato i raggi di un blu intenso all’interno di una stanza dalla finestra aperta. Ho atteso che una mano iniziasse il percorso che l’avrebbe portata a sfiorare una guancia e poi ho diffuso con lentezza esasperante il rosso della passione sopra un letto che prima non si vedeva, e quando le cose si sono messe al peggio l’ho irrorato del freddo azzurro della distanza.
Dentro un cerchio stava la pantomima di un giullare seguito nelle sue acrobazie con precisione puntigliosa quasi si muovesse all’interno di una bolla di luce.
Risultava morbido e improvviso lo stendersi a mezz’aria di una tovaglia prima che venisse posata sopra un tavolo, lo sbattere di ali d’angelo prima di diventare un oggetto.
Si può mimare un gruppo di candele, assecondandone la danza.
E anche se tutto questo appartiene al passato è piacevole a volte ricordarsi di quando il teatro era uno spettacolo che nasceva e moriva in una notte per rinascere e ancora morire la notte successiva. Sempre nuovo e diverso nel suo ripetersi, irripetibile nel suo rinnovarsi ogni volta.
In uno spettacolo teatrale confluiscono le capacità e il sentimento di molte mani e molte voci. Ognuno cerca di dare il meglio di sé, esprimendo al massimo grado possibile la propria emozione, mettendo in gioco tutto se stesso. Ed ogni gesto, ogni più piccola attenzione al senso delle cose, ogni leggero sussulto dell’anima viene mostrato e messo in campo perché arrivi e sia visto da qualcuno.
Il teatro è un tentativo di sedurre singolarmente ogni persona del pubblico. Richiede lo stesso impegno necessario a persuadere dell’intensità del proprio amore. E’ l’offerta di tutto ciò che di più bello si possiede.
Il teatro è una forma di amore. E l’amore uccide.

Categorie: teatro, notturno, bonus, graffianti
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Indice

Narrativa
Wolf
Alla stazione
Ronin
Stelle nelle mani
Dialogo nella luce
Incompiuto
Interurbana
Isola
Un giorno, nei giorni
Incipit ed explicit
Culi infranti
Dream
Anime in transito
L'uomo lĂ  fuori

La vita mia
Domenica pomeriggio
Prima che cada la notte
Secret garden
Divenire
Cammino
Solitudine
Ventimila leghe sopra i mari
Parigi, 1979

La vita loro
Tortuga
Zeb
Stefano
Giuseppino

Pensieri
Vite separate
Speranza
VeritĂ 
Transeat
Notturno2
Di stella in stella
Buio
Prendere o lasciare

Cammino di Santiago
VersoSantiago
Ho incontrato un Angelo
La croce di ferro

Vernacolo
La Topa
Buonanotte
Un penziero
Il Manzanillo
Quanti siamo?

WritingRemix
La metamorfosi 1
La metamorfosi 2

Extra
Congedo - prima parte
Congedo - seconda parte
Congedo - terza parte
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Corso di blog writing

Corso di Blog Writing di Briciolanellatte

Hagakure

Si può imparare qualcosa da un temporale. Quando un acquazzone ci sorprende, cerchiamo di non bagnarci affrettando il passo, ma anche tentando di ripararci sotto i cornicioni ci inzuppiamo ugualmente. Se invece, sin dal principio, accettiamo di bagnarci eviteremo ogni incertezza e non per questo ci bagneremo di più. Tale consapevolezza si applica a tutte le cose.

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